Agnes Denes - WHEATFIELD (1974)
Nel 1974 l’artista americana Agnes Denes piantò un campo di grano nella più grande discarica di Manhattan. Attraverso questo intervento di land art e environmental art, l’artista trasformò un luogo degradato in uno spazio produttivo e simbolico, mettendo in evidenza il contrasto tra natura e sviluppo urbano. Il campo di grano, coltivato e poi raccolto, divenne una riflessione sul rapporto tra uomo, ambiente ed economia, richiamando l’attenzione sui temi dello spreco delle risorse, della sicurezza alimentare e dell’uso del territorio. Wheatfield dimostra come un gesto semplice, ma fortemente evocativo, possa trasformarsi in una critica alle priorità della società contemporanea e in un invito a ripensare il rapporto tra progresso, sostenibilità e paesaggio.
Vik Muniz - "Marat (Sebastião)" dalla serie Pictures of Garbage (2008)
L’artista brasiliano Vik Muniz ha dimostrato grande impegno verso il disagio ecologico e umano presente nel suo paese. Nella serie Pictures of Garbage ha preso come modelli per le sue opere i lavoratori della grande discarica di Jardim Gramacho, i quali l’hanno aiutato a ricreare grandi soggetti artistici del passato attraverso il riutilizzo di una grande quantità di rifiuti. Si tratta di un tentativo di rinnovamento umano e ambientale attraverso l’arte. In particolare questo soggetto (che vede Tião, il capo dei lavoratori, ad impersonare La morte di Marat del pittore Jacques Louis David) risulta estremamente evocativo della connessione tra uomo e ambiente e tra morte umana e inquinamento ambientale.
Aurora Robson - Lift (2010)
Aurora Robson si presenta come enviromental artist e la sua trash art si sviluppa in particolare attraverso il riutilizzo della plastica, che da oggetto inquinante si trasforma in materia di qualcosa di nuovo e meraviglioso. La Robson impedisce ai rifiuti che utilizza di inquinare pesantemente l’ambiente e con essi crea un nuovo mondo astratto, mettendo gli oggetti di plastica e i suoi diversi colori in relazione tra loro e con la luce. In Lift, questa ricerca prende la forma di una composizione sospesa, nella quale centinaia di frammenti di plastica riciclata si aggregano in una struttura organica e dinamica. L’opera richiama immagini della natura, come meduse, organismi marini o formazioni floreali, generando un forte contrasto tra l’origine artificiale dei materiali e l’armonia dell’insieme. Attraverso la trasparenza, i riflessi e il movimento suggerito dalla disposizione degli elementi, Lift invita a riflettere sul rapporto tra consumo, inquinamento e possibilità di rigenerazione, mostrando come ciò che è stato scartato possa acquisire un nuovo valore estetico e simbolico.
(musica di Alan Menken; testo italiano di Michele Centonze)
Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri.
Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. Come hanno detto i Vescovi del Sudafrica, «i talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio». Tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità.